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Un’auto chiamata Temperino

L’incredibile storia dei fratelli Temperino di Borgiallo, che all’inizio del Novecento costruirono la prima utilitaria ed entrarono nella storia automobilistica italiana.

Dopo l’invenzione dell’automobile, a partire dalla fine dell’Ottocento vi fu un incredibile sviluppo di imprese artigianali che si dedicarono alla sua costruzione.
Torino divenne presto la capitale italiana dell’automobile, ancor prima dello sviluppo della Fiat. Queste iniziative imprenditoriali, nate il più delle volte in locali di fortuna e disseminate per la città, avevano nomi come “Diatto”, “Temperino”, “Itala”, “Chiribiri”, “Aquila”. Un fiorire di stemmi e di ingegnosità tecnica, che dette il via alla storia dell’industria automobilistica.

Anche se al tempo erano in pochi a credere che l’automobile avrebbe potuto sostituire i cavalli, e ancor meno a pensare che un giorno sarebbe diventata un trasporto di massa, tuttavia l’auto stava già diventando l’oggetto del desiderio di attempati aristocratici e di rampanti borghesi.

La competitività delle ditte produttrici era alta e ognuna vantava le proprie qualità come la comodità e l’eleganza, ma fattore importantissimo era l’affidabilità tecnica.

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Maurizio Temperino con l’originale e rivoluzionario telaio della Temperino (da una pubblicazione pubblicitaria dell’epoca).

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La Regina Margherita e la sua auto con alla guida Maurizio Temperino.
Sullo sfondo il castello di Bollengo.

Su questi argomenti si accendevano vivaci discussioni nei circoli come nei caffè del centro. La necessità di un confronto pratico, unito ad una buona dose di spavalderia dei giovani proprietari, favorì il diffondersi delle prime gare automobilistiche sportive. A Torino, prima competizione assoluta fu la Sassi-Superga, giudicata un banco di prova formidabile per i motori. Poi con gli anni si diffusero altre competizioni, sempre più impegnative: il circuito del Sestriere, la Susa–Moncenisio, fino a raggiungere il valico del Gran S. Bernardo.

Con il diffondersi delle gare, crebbe l’interesse del pubblico, il quale seguiva le gare dagli articoli dei giornali, e di conseguenza anche quello delle ditte costruttrici, che con una buona affermazione vedevano aumentare il loro prestigio.

Il 4 settembre 1920, l’arguto e seguitissimo giornalista sportivo Pierre La Pipe dalle pagine del Guerrin Sportivo scriveva nel suo articolo: “Corsa napoleonica al Gran San Bernardo: rombano le prime macchine dei giganti. Arrivano quassù tutti pieni di freddo in questo trionfo di sole nascente…ma attenzione, un rombo di motore, poi come una formica appare una piccola vettura. Rompo proprio in quell’istante la punta del lapis. Scusa hai un temperino? E la Temperino taglia il traguardo. Nessuna macchina come la Temperino poteva tagliarlo meglio.”

Il curioso nome, che suggerì al giornalista, questa originale cronaca sportiva era effettivamente quello della fabbrica d’auto dei fratelli Temperino, originari di Borgiallo in Canavese.

La fabbrica automobili Temperino, proprio in quegli anni stava riscuotendo un notevole successo sportivo e andava affermandosi sul mercato, guadagnandosi in seguito, il riconoscimento unanime come la prima auto utilitaria italiana. Da quella cronaca nascerà il motto: Ci vuole una Temperino per tagliare bene il traguardo.

temperino_san_bernardo Jmmi Temperino alla guida di una 8/10HP da corsa, mentre taglia il traguardo della gara in salita su Gran San Bernardo. 1920 (Archivio Temperino Renata Roveri).

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L’autore dell’articolo è Emilio CHAMPAGNE.
L’articolo completo è pubblicato sul numero 10 de “I Quaderni di TERRA MIA”.

Per informazioni http://www.terramiacanavese.it/index.html
CanaveseLAB3.0 ringrazia l’Associazione per la collaborazione intrapresa autorizzando la divulgazione dei propri articoli.

 

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