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PAN PULTRUN

Mezzo secolo fa noi bambini al Masero godevamo di una libertà oggi inimmaginabile.

Pericoli, zero.
Niente auto, moto, gente sconosciuta.
Qualche trattore, varie mucche, cani benevoli.

I campi vicini alle case, ma anche il bosco appena più in là erano il nostro regno;
figuriamoci l’orto, proprio lì a portata di corsetta, passando dal pollaio, veloci per sfuggire alle ire dell’immancabile gallo incazzoso. E poi, via nella giungla, tra le file ruvide dei fagioli e le foglie punzecchianti dei cusatìn, le zucchine.

Le ricordo enormi, quelle foglie: la mia gemella e io eravamo proprio piccole quando, armate di vecchi coltelli rugginosi, ci avventuravamo lì alla ricerca, non sempre autorizzata, di zucchine “scappate”, cioè troppo cresciute per gli usi normali.

Se eravamo in vena di architettura, le intagliavamo a forma di improbabilissime case cilindriche; se no ne facevamo omaggio al maiale, che gradiva. Se qualche zucchina era ancora accettabile, la nostra mamma ce la requisiva e la usava per il pan pultrùn.

Il pan pultrùn è la dimostrazione empirica di una teoria assai diffusa nel vecchio Canavese contadino:
si può creare un piatto delizioso quasi dal nulla, o per lo meno dai quasi scarti.

E c’è di più: la ricetta è vaga, le quantità sono a stim, cioè a occhio e secondo la disponibilità, eppure il risultato è una zuppa di tutto rispetto.

Insomma ci vogliono:

    • olio e burro
    • cipolla
    • abbondanti zucchine anche grossine e non freschissime
    • pane vecchio
    • latte
    • sale e pepe
    • formaggio grattugiato, se ce n’è.

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Si fa soffriggere la cipolla nell’olio e burro, si aggiungono le zucchine affettate sottili;
quando il tutto ha preso colore si butta dentro il pane secco spezzettato, si copre di latte, si aggiungono sale e pepe.

Si lascia cuocere a fuoco bassissimo, mescolando spesso, per un’oretta, o fino a quando la zuppa ha raggiunto la consistenza che ci piace.

Ai tempi della mia infanzia il formaggio grattugiato era una rara aggiunta di lusso, di solito chi voleva un sapore più deciso macinava un po’ più di pepe.

Ma da dove salterà mai fuori il nome pan pultrùn? Chi lo sa.
E’ un nome molle, pigro, proprio come la sua preparazione un po’ a casaccio e la sua consistenza papposa, che io ho sempre adorato e mio marito sempre odiato.

Questione di gusti.


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Tiri Enrico

Tiri Enrico

"La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti" A. Einstein

Commenti (2)

  • Diego

    |

    Bei ricordi di pranzi dalla nonna

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  • vanda

    |

    buonissimi!!! la mia vicina li passa nel forno dopo avere grattugiato un bel po’ di parmigiano, un’altra alternativa gustosa!!

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