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IL CANAVESE E GLI OROLOGI SOLARI

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IL CANAVESE E’ ANCHE TERRA DI OROLOGI SOLARI

Il Canavese è una terra che ci riserva mille sorprese: storia, paesaggio, arte, usi, costumi e tradizioni si fondono mirabilmente tra loro per rilasciarci un insieme omogeneo in cui è piacevole abitare, con infinite possibilità di partecipazione attiva.

Uno degli aspetti meno conosciuti è legato alla presenza di un discreto numero di orologi solari, circa 950 esemplari ad oggi censiti, legati sia alla storia passata della locale cronometria pubblica e in genere alla misura del tempo sia ad un “revival” a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo dell’interesse nei riguardi di questo antico strumento di misura dell’ora, ecologico, completamente in sintonia con i cicli naturali dello scorrere del tempo e adattabile, con gli opportuni accorgimenti, alle moderne fasce orarie mondiali.

Il patrimonio gnomonico canavesano conosciuto ed ancora esistente affonda le sue radici a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, anche se molti di questi orologi vantano sicuramente una storia più antica. Occorre non dimenticare che prima dell’orologio meccanico il Sole era l’unico mezzo per fornire una precisa determinazione oraria, ma anche con l’avvento di una più “moderna” cronometria vi fu bisogno del Sole – praticamente fino agli inizi del XX secolo – per regolare i più o meno complicati meccanismi degli orologi pubblici.

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Oggi possiamo ancora trovare orologi solari risalenti al XVII secolo: ad esempio, a Carema sulla cappella “Suplin” (datato 1644), a Perosa Canavese (1655), sul campanile

della chiesa cimiteriale di San Maurizio Canavese (1670), a San Martino Canavese (1687), a San Benigno (1699) e ancora sul castello di Parella, su quello di Foglizzo, sul castello di Masino (anche se molti di questi vengono attribuiti al secolo successivo); tutti o molto scoloriti ma nello stato originario o “restaurati” con interventi alle volte non del tutto validi da un punto di vista gnomonico e conservativo e poi ancora molti altri scomparsi, ma di cui rimane una qualche documentazione iconografica o di archivio.
Alcuni potrebbero invece avere una datazione precedente: l’italico sul campanile del Duomo di Chivasso, restaurato (1986) in una forma che si presume conforme a quella originaria che parrebbe risalire al XVI secolo; l’orologio solare (scomparso) che era sul campanile di San Giovanni Decollato in Cuorgnè, che è citato in un documento notarile del 1621; il quadrante sul torrione medioevale di Feletto; i resti dei quattro orologi solari sulla torre di via Campeggio, a San Giorgio Canavese. In totale una sessantina di orologi solari, mentre sono circa 200 quelli del XVIII secolo e quasi 400 quelli attribuibili al XIX.

Anche se vi è stata una certa ripresa di interesse, con restauri o realizzazione di nuovi quadranti, purtroppo va scomparendo la “memoria storica” che li accompagna, quella di una generazione di anziani

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che se pure non li ha visti tracciare li ha sicuramente utilizzati.

I nostri cugini di oltralpe si sono dimostrati decisamente “più furbi di noi”: vantano un patrimonio gnomonico quasi alla pari con il nostro e spesso opera di “cadraniers” piemontesi, come ad esempio Giovanni Francesco Zarbula che dalla Savoia attraverso il Queyras e le Hautes-Alpes operò fino a Tenda e Nizza, ed hanno avuto l’idea di sfruttarlo in modo appropriato.

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A parte il proliferare di testi fotografici e tecnici, di opuscoli descrittivi, di cartoline, piccole meridiane funzionanti di ogni genere, che da noi non hanno riscontro,
hanno attivato da oltre una dozzina di anni una “Route historique des cadrans solaires” che da Briançon sviluppa il suo articolato itinerario artistico e culturale nelle Hautes-Alpes e, prendendo spunto dagli orologi solari, guida il turista anche attraverso le meraviglie naturali, architettoniche e gastronomiche della zona. L’esempio francese ci dimostra come di paese in paese sia possibile allestire se non itinerari turistici che percorrano le strade da un quadrante solare all’altro, almeno delle visite mirate contribuendo così a valorizzare non solo un patrimonio praticamente sconosciuto ma le nostre stesse contrade.

Oggi gli orologi solari sono considerati sì come espressioni popolari della creatività umana, ma senza alcun interesse artistico, non più motivate da ragioni utilitaristiche, spesso ingenue nel loro ornato e nel motto, non paragonabili a monumenti di ben altro spessore architettonico; opere realizzate il più delle volte da illustri sconosciuti il cui nome non è noto spesso neppure agli stessi proprietari della parete che ospita l’opera. Di qui la necessità di valorizzare questo mondo in via di estinzione prima che scompaia completamente, cercando di raccogliere e rendere disponibili tutte quelle testimonianze che contribuiscono ad evidenziare non solo la produzione del passato, che fa parte del bagaglio culturale di ogni singolo centro canavesano, ma anche quella attuale che rappresenta un naturale evolversi della disciplina gnomonica.

E’ importante non dimenticare che “…ogni arte, ogni cultura che si perde non si recupera più”.


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Silvano Bianchi

Silvano Bianchi

"Ogni arte, ogni cultura che si perde non si recupera più".

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