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Canapa in campo – 1

Chi di voi è più attento a ciò che lo circonda e riesce a buttare l’occhio non soltanto mentre passeggia in campagna, ma anche quando è in macchina, avrà certamente notato, quest’estate, qua e là tra i campi di granoturco, o accanto ad un prato, delle coltivazioni con piante alte più di tre metri e dalle foglie molto inusuali.

Cannabis Sativa
Si tratta di Cannabis Sativa, la canapa industriale la cui coltivazione è ormai da qualche decennio nuovamente consentita e regolamentata dalla legge per la bassissima percentuale di cannabinoidi che essa contiene.
canapa_pianta E’ questo un gradito ritorno nel nostro Canavese.

Molti avranno dimenticato che fino alla metà del secolo scorso la canapa era una delle produzioni tipiche della nostra zona e che l’Italia era il primo produttore europeo ed il secondo al mondo per semi e fibra tessile, considerata la migliore in assoluto.

Tra le zone di maggior produzione c’erano il Ferrarese, la Toscana, la Campania ed il Piemonte. In Piemonte, alla fine degli anni ’90, dopo quasi cinquant’anni è ripresa la coltivazione nel Cuneese a Revello e Levaldigi e nel Torinese a Carmagnola. Esiste perfino una varietà di canapa appunto chiamata Carmagnola. A Carmagnola è nata l’associazione Assocanapa ed è sorto l’Ecomuseo della canapa che conserva gli attrezzi impiegati nelle diverse fasi della lavorazione di questa fibra per la preparazione di corde e gomene per le navi.

La Canapa e il Canavese

Molti pensano che l’origine del termine “Canavese” sia legata alla canapa, anche perché nello stemma della famiglia Valperga, che dal XII secolo dominò la regione, è presente questa pianta. Ma gli studiosi fanno risalire il tutto a Canaba o Canava, un insediamento commerciale di origini romane e luogo di raccolta di prodotti agricoli situato tra Valperga e Cuorgnè.

La canapa è stata per secoli fonte preziosa di reddito poiché dalla sua fibra si ricavavano tessuti e corde di ogni genere. Il maggior impiego è stato sicuramente per le corde e le vele delle navi, ma da noi si realizzavano soprattutto abiti e tessuti per i corredi delle ragazze da marito.
In molte delle nostre case troviamo ancora oggi asciugamani e lenzuola più o meno fini e ricamati realizzati proprio con le fibre di canapa che le nostre nonne filavano nelle stalle al chiarore del “chinchè”, il lume a petrolio unica fonte di luce nei nostri paesi ad inizio ‘900.
Maria nata nel 1914 e Turiin (Vittorina) nata nel 1904, le mie vicine di casa al Bessolo, mi raccontavano spesso che da ragazze filavano nella stalla, dai Santi a primavera, assieme a mamme, nonne e zie. Cantavano e si scambiavano storie di “masche” chiacchierando con i giovani che venivano nella loro stalla per le “pubbliche relazioni”.

tovaglia_canapaOggi la lavorazione della canapa, grazie ai macchinari brevettati da poco (alcuni con l’aiuto del CNR ed ancora in via di realizzazione) viene svolta a livello industriale, ma a quel tempo impegnava invece tutta la famiglia.
Si iniziava in primavera con la semina in campi abbondantemente concimati con il letame. In pochi mesi le piante crescevano rigogliose fino a tre, quattro metri.
Ad agosto, si sradicavano e si portavano i fusti a macerare in acqua in laghetti artificiali, le cosiddette “bure”. In settembre, gli steli ormai ammorbiditi si toglievano dall’acqua e si facevano asciugare sul fienile per due o tre settimane.
Una volta secchi, si procedeva alla stigliatura, che consisteva nel separare manualmente la parte utile della pianta, il tiglio (la pellicola che ricopre lo stelo) appunto dal canapolo la parte legnosa. Il canapolo si usava per accendere il fuoco, mentre il tiglio veniva portato a pettinare per poter essere poi filato.

La canapa naturalmente ha anche ispirato ai nostri nonni alcuni detti un tempo comuni, come ad esempio: “Tii dè an caus a na péra ai na sort na canavéra” ovvero “Dai un calcio ad una pietra, ne esce un canapaio”, cioè “Se cerchi un fidanzato dai un calcio ad un sasso e ne escono un’infinità” si diceva alle giovani.
E ancora: “As busc a brusa me an canavol” ovvero “Questa legna brucia velocemente come se fosse un canapolo” e quindi non scalda.

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Agostino Grassino

Agostino Grassino

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". Cesare Pavese “La luna e i falò”

Commenti (1)

  • Tanvika

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    Bravo il mio papà! Bell’articolo! Mi ricordo ancora quel giorno che siamo andati insieme a vedere la canapa!!

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